Saggi e tulipani
Quel sapore di salsa olandese per condire la nostra pagnotta tedesca
Due gruppi di saggi scelti dal presidente della Repubblica per “formulare – su essenziali temi di carattere istituzionale e di carattere economico-sociale ed europeo – precise proposte programmatiche che possano divenire in varie forme oggetto di condivisione da parte delle forze politiche”, ha detto sabato Giorgio Napolitano. Ieri il Quirinale minimizzava il ruolo delle personalità scelte, parlando di “fine puramente ricognitivo”. Comunque la formula – per gli osservatori – ricalca quella olandese dell’“accordo di governo” preventivo (“regeerakkoord”) tra i partiti politici, sperimentata a fine 2012 dopo che le elezioni ad Amsterdam si erano concluse senza un chiaro vincitore.

Due gruppi di saggi scelti dal presidente della Repubblica per “formulare – su essenziali temi di carattere istituzionale e di carattere economico-sociale ed europeo – precise proposte programmatiche che possano divenire in varie forme oggetto di condivisione da parte delle forze politiche”, ha detto sabato Giorgio Napolitano. Ieri il Quirinale minimizzava il ruolo delle personalità scelte, parlando di “fine puramente ricognitivo”. Comunque la formula – per gli osservatori – ricalca quella olandese dell’“accordo di governo” preventivo (“regeerakkoord”) tra i partiti politici, sperimentata a fine 2012 dopo che le elezioni ad Amsterdam si erano concluse senza un chiaro vincitore. “Stabilire a priori un piano minimo di governo, tra partner di una futura possibile coalizione, ha un quid di ‘germanico’”, dice al Foglio Paul Frijters, economista olandese emigrato in Australia e autore per Cambridge University Press del libro “An Economic Theory of Greed, Love, Groups, and Networks”. Frijters non fornisce assicurazioni sulla riuscita dell’esperimento di temporanea “depoliticizzazione” del dibattito, ma sottolinea il parallelo tra il tentato processo di “germanizzazione delle economie dell’Europa meridionale” – che lui personalmente condivide – e quel “quid di ‘germanico’” che c’è nell’inedito percorso istituzionale italiano. In Olanda, racconta, non è una novità l’idea di far preparare il terreno per un’intesa a quelli che si chiamano, con termine francese, gli “informateurs”, nel senso di coloro che danno forma preventiva, prima dell’intervento del “formateur” ufficialmente nominato dal capo dello stato. “I ‘saggi’ però, in Olanda, sono tutti membri dei principali partiti politici. Tra loro c’erano per esempio Henk Kamp, dei liberali, e Wouter Bos, per i socialisti. La maggior parte delle riforme della futura coalizione è stata concepita in quella sede”. Si trattò di misure come “la riforma del settore sanitario e del mercato immobiliare. Si è deciso così di far pagare di più i ricchi per i servizi a disposizione e di rimuovere un regime fiscale di favore che gonfiava la bolla immobiliare”.
“Il sistema degli ‘informateurs’ – dice Frijters, economista olandese della University of Queensland, premiato in Australia come tra i più promettenti della sua generazione – funziona piuttosto bene in Olanda, soprattutto perché i partiti politici vengono puniti dall’elettorato se poi non rispettano il piano concordato dai ‘saggi’. Questo rende le trattative preliminari più serie. E’ da vedere se in Italia sarà così, non ne sono sicuro”. C’è un’altra differenza non da poco, osserva l’economista, tra la versione quirinalizia calata dall’alto dell’accordo preventivo, e quella più consapevolmente scelta dai partiti di Amsterdam: “Nel mio paese ormai la Regina non nomina più gli informatori, lo fa il Parlamento”. Insomma, in Olanda si tratta di una “grande coalizione” preventiva. Nel frattempo, come avvenuto in Olanda durante le trattative dello scorso anno, e anche in Belgio per un periodo ancora più prolungato, rimane in carica l’esecutivo precedente per gli affari correnti. Sarà sufficiente? “Funzionerà soltanto fintantoché non riscoppierà la crisi sui mercati finanziari”.
Quanto alle riforme auspicabili, Frijters sostiene che “l’Italia dovrebbe aprire il mercato delle professioni e in generale tutti quei settori, anche dei servizi, in cui ancora vigono restrizioni all’ingresso. I giovani italiani, poi, dovrebbero sperare in una liberalizzazione del mercato del lavoro”. L’economista olandese appartiene alla schiera di quanti sostengono che le concessioni della Banca centrale europea e dei pacchetti di salvataggio per i paesi mediterranei sono state troppo generose: “I politici più opportunistici dei paesi in crisi – ha scritto sul suo blog – hanno iniziato a dare la colpa ai tedeschi e ad altri paesi europei per i problemi creati invece da loro stessi. Alcuni di loro fanno richieste ridicole perché il resto d’Europa li salvi. Come risposta, le opinioni pubbliche, con una comprensione limitata del funzionamento dei mercati finanziari, premiano sempre più partiti anti establishment e anti europei”. L’Italia, però, non ha chiesto salvataggi di sorta. “Tutti gli studiosi portoghesi, spagnoli, greci e italiani con cui parlo – insiste l’economista – sono d’accordo su un punto: la via d’uscita per i loro concittadini è quella di diventare come i tedeschi, o emigrando in Germania oppure adottando istituzioni e politiche simili a quelle di Berlino. Ma le attuali istituzioni non possono cambiare così rapidamente. E’ un caso affascinante di trasformazione sociale – continua Frijters – Occorre capire se la strada meno difficile sarà quella di una lenta germanizzazione dell’Europa meridionale o quella che porta altrove”. Dopo il governo tecnico di Mario Monti, il “più tedesco degli economisti italiani” come si definì una volta il bocconiano, e con la “germanizzazione” in corso del dibattito economico, dunque, non sorprende il tentativo di percorrere la via olandese alla grande coalizione.
Tuttavia proprio ora il Financial Times avverte che “il consenso olandese per l’austerity inizia a incrinarsi”. Con il pil del paese che nel 2013 calerà dello 0,5 per cento, infatti, il pacchetto di ulteriori tagli al bilancio per 4,3 miliardi di euro nel 2014 fa sempre più fatica a passare indenne attraverso il Parlamento. Coen Teulings, capo dell’Agenzia economica ufficiale del paese, invita da tempo i politici a consultare gli studi del Fondo monetario internazionale secondo cui gli eccessi di rigore fiscale causano danni nel caso di recessioni “patrimoniali” come quella attuale. Il modello olandese, per alcuni aspetti, scricchiola perfino nel paese che gli ha dato i natali.